sabato 7 ottobre 2017

Gli imprevisti dei parti

Per ora ancora non si sa esattamente se e quando Giorgio (o un qualche altro chirurgo o ginecologo) tornerá a Chiulo. Per fortuna ancora non ci sono state chiamate per cesarei o gravidanze ectopiche d’urgenza. Ho trasferito molte donne a rischio di cesareo, soprattutto perché avevano giá avuto in passato uno o piú cesarei e quindi erano a rischio di rottura d’utero quando poi si prova a farle partorire per via naturale. Le mandiamo all'Ospedale centrale della nostra Regione, a Ondjiva: lí hanno chirurghi e ginecologi ma non hanno il resto per cui quando trasferiamo qualcuno dobbiamo mandargli 5 paia di guanti chirurgici sterili, mettere al paziente una flebo endovena, fargli l'esame del sangue e il gruppo sanguigno!
Ma c’é stato bisogno di varie applicazioni di ventosa, perché il parto si prolungava in modo pericoloso, e di qualche raschiamento uterino per aborto incompleto. Ormai con la ventosa mi giostro abbastanza bene ma una delle volte si é conclusa davvero male: il neonato é nato morto e non siamo riusciti a rianimarlo; in un altro il cuore batteva ma non respirava e anche lui l’abbiamo rianimato a lungo: alla fine ha cominciato a respirare autonomamente ma sembra che abbia anche lui avuto dei  danni cerebrali a causa del parto troppo prolungato ed é morto dopo 5 giorni ... insomma davvero difficile.
C’é anche stato un avvenimento tragico e invito chi non sopporta cose troppo truculente a saltare la parte in corsivo di questo paragrafo. E´successo questo. Una donna a termine dell’11ª gravidanza, quindi con un utero stanco, sfibrato, dopo aver tranquillamente passato la giornata chiacchierando e passeggiando intorno alla sua casa, qui vicino, la sera si é messa a letto (= una coperta per terra nella sua capanna) e improvvisamente ha cacciato un urlo. I familiari, immediatamente accorsi, l’hanno trovata esanime, apparentemente morta; quindi in 4 l’hanno afferrata e l’hanno portata di corsa in Ospedale, distante poche centinaia di metri.
Arrivata in Sala Parto le 2 ostetriche di turno mi hanno immediatamente chiamato via radio perché anche loro convinte che la donna fosse morta; erano le 19.30. Arrivato dopo 10 minuti, anche io e le 2 allieve ostetriche (1 di Roma e 1 del Napoletano) abbiamo confermato: niente battito cardiaco, pupille dilatate e fisse. Per scrupolo ho chiesto all’ostetrica di controllare se ci fosse battito cardiaco fetale e quella, con un apparecchietto digitale, con sorpresa mi ha mostrato che il battito c’era, lento (72/minuto) ma c’era!
Allora siamo corsi con la barella a rotelle fino alla Sala Operatoria. Lí l’infermiera anestesista Felismina e la ferrista Ilda hanno aperto un pacco di ferri sterili per i cesarei, io ho indossato solo guanti e grembiule di plastica, senza lavarmi (tanto era morta) né mettermi camice-mascherina-cuffia, lasciando la donna sulla barella; Ilda mi ha dato una lama di bisturi che ho cercato inutilmente di fissare al manico, la lama é caduta per terra, l'ho raccolta (tanto era morta) ma continuava a non fissarsi; allora Felismina ha fatto apparire un raro bisturi monouso e subito incido la pelle dall’ombelico al pube. Arrivato alla cavitá addominale ne é escita una grande quantitá di sangue e coaguli; per vedere l’utero, io e Ilda abbiamo cominciato a portar via manciate di sangue e coaguli gettandoli in una bacinella tra le gambe della donna perché l’aspiratore non l’avevamo attivato per guadagnare tempo. Finalmente emerso l’utero l'ho inciso come in un normale cesareo, arrivato al feto, l´ho tirato fuori e l´ho passato alle allieve ostetriche e alle specializzande in pediatria, che intanto erano arrivate: forse il cesareo piú rapido della storia! Con piú calma, sempre assistito da Ilda, ho richiuso la parete addominale per restituire al meglio la donna alla famiglia.
Intanto specializzande e allieve cercavano di rianimare il neonato: il cuore batteva ancora e pian piano é tornato ad avere una frequenza alta, normale nei neonati. Ma non respirava, non ha mai respirato. Ogni tanto un breve, rapido e superficiale respiro (il c.d. gasping) ma niente di piú. Dopo 45 minuti di rianimazione abbiamo lasciato perdere: abbiamo avvolto il bimbo in una coperta che i parenti avevano portato e lo abbiamo trasferito in Pediatria, dove c’é una culla riscaldata, spiegando peró alla famiglia che non solo la donna era morta, probabilmente per una improvvisa rottura dell’utero, indebolito dalle troppe gravidanze, ma che anche per il figlio non c’era niente da fare: il cuore batteva, ogni tanto faceva un respiro, ma dovevano giá considerarlo morto anche lui; uno dei parenti gli doveva restare accanto fino alla fine per poi prenderselo e fargli il funerale con la madre.
Quindi tutti insieme, espatriati, infermiere, ostetriche e la trentina di familiari che intanto si erano raccolti nei corridoi aperti intorno alla sala operatoria, abbiamo portato il corpo della madre nella Camera Mortuaria, attraversando nella notte i prati che la separano dall’Ospedale, illuminando con le torce elettriche il sentiero a scanso di incontri con le vipere, attualmente piuttosto numerose.
I familiari si sono comportati con grande dignitá: Felismina, la piú anziana delle infermiere, ha spiegato a tutti quel che era successo e la famiglia lo ha accettato senza recriminazioni, manifestando riconoscenza per il tentativo fatto in favore del bambino. Ben diverso avviene in Italia per molto meno. Comunque tutti noi dell’Ospedale eravamo sí molto tristi ma anche soddisfatti per lo spirito di squadra, la rapiditá e l’impegno da tutti dimostrati: abbiamo fatto del nostro meglio in tutte le fasi e abbiamo cercato di dare una possibilitá al bambino (i feti e i neonati a volte sorprendono per la loro vitalitá), purtroppo inutilmente. Resta il dubbio che forse avremmo fatto meglio a lasciarlo morire in pochi minuti nella madre e non dopo 5 ore in Pediatria.
Altri imprevisti minori: mai mettersi davanti ad una donna che, dopo aver partorito il figlio, deve ancora espellere la placenta: a volte viene fuori il tutto a tappo di spumante, imbrattando di sangue chi c’é davanti, tanto da farlo sembrare uno di quegli assassini che poi depezzano la vittima con la sega elettrica ... e poi é pure difficile lavar via il sangue senza lasciare macchie!
Stavolta aggiungo una foto notturna di Teresa, l’ostetrica che porta sempre con sé il figlioletto, o in braccio, magari per allattarlo, o sulla schiena, quando ha le mani impegnate p.es.durante l’assistenza ad un parto, come si vede nella foto.

  L'ostetrica Teresa segue un parto notturno, 
col figlio sulla schiena a cui non fa mai toccare terra.



Con una media di 6 parti al giorno, non é raro avere tutt'e tre i letti da parto occupati. 
Ma Fernanda, come le altre 7 ostetriche di Chiulo, non perde mai la testa.



Aggiungo che da mesi, per continui guasti alle pompe dei pozzi, non abbiamo l’acqua in ospedale, neanche nei pochi lavandini dove riusciva ad arrivare: l’acqua viene portata con i secchi nei reparti e anche in sala operatoria, prima delle operazioni, ci si deve “lavare” mani e avambracci con acqua che un ausiliare prende da un bidone con una mezza bottiglia di plastica e che poi lascia gocciolare sulle mani da lavare, per poi farla finire in una bacinella ... forse in tempo di guerra una situazione del genere si puó accettare, ma dopo 17 anni di pace é davvero incredibile essere ancora in queste condizioni. Forse fa bene Teresa a tenersi il figlio sempre addosso e mai lasciarlo gattonare sul pavimento della Maternitá!
Un caro saluto a tutti.

Marco

domenica 17 settembre 2017

Di nuovo nella trincea del Reparto Maternitá

Oltre a tutti i guai che abbiamo avuto finora ci si doveva anche aggiungere l’improvvisa partenza di Giorgio, l’anziano ed espertissimo chirurgo-ginecologo, richiamato in Italia per gravi motivi di famiglia!
E cosí, visto che i medici italiani sono tutti specialisti e non sanno seguire casi di specialitá diverse dalla loro, mi sono rimesso al lavoro in ostetricia, dove pare che io sia l’unico con qualche conoscenza, peraltro maturata oltre 30 anni fa in Uganda.
E cosí di nuovo in sala parto: una applicazione di ventosa per un feto che tardava troppo a nascere perché la madre aveva esaurito le forze. E poi parti podalici e gemellari, che in Italia verrebbero fatti nascere con un parto cesareo.
E poi, oltre ai tanti parti normali (dei quali in realtá si occupano le sole ostetriche locali) e ai parti complicati (come quelli podalici e gemellari), ci sono le donne gravide che si ammalano di altro: malaria, infezioni varie in tutti i possibili organi, minacce di parto prematuro. Per fortuna per ora non si sono visti casi di grave ipertensione né nessuna ha avuto bisogno del parto cesareo.
E proprio eventuali parti cesarei e gravidanze ectopiche mi preoccupano tantissimo. Ne ho fatti vari ma oltre 30 anni fa; sono operazioni “facili” ma diventano molto difficili se la donna, per infezioni o precedenti cesarei, ha aderenze nell’addome che distorcono l’anatomia normale e incollano le anse intestinali all’utero, in un caos difficile da districare. Nelle 3 settimane almeno di assenza di Giorgio, é sicuro che qualche caso del genere si presenterá, prima o poi; se possibile li manderemo in ambulanza all’Ospedale di Ondjiva, a 90 minuti a sud-est, l’unico altro ospedale della Regione che abbia una sala operatoria, ma se la malcapitata fosse in pericolo immediato di vita dovró decidere se me la sento di provare a operarla.
Per fortuna sia in sala parto, finora, che in sala operatoria, in futuro, posso contare su ostetriche e infermiere con grande esperienza, che finora mi hanno aiutato molto, anche nella scelta delle medicine da prescrivere e dei relativi dosaggi e, in futuro, p. es. su quali fili di sutura usare per i vari strati da ricostruire nel richiudere l’addome di un cesareo o di una gravidanza ectopica.
In questi giorni sono inoltre presenti anche due allieve ostetriche, rispettivamente di Roma e del Napoletano, e anche loro mi aiuteranno, leggendomi in diretta i passi descritti nei libri di chiurgia per quelle operazioni.
Il pericolo, per le donne, sta soprattutto nel fatto che possono esserci complicazioni impreviste durante l’intervento, spesso a causa di quelle maledette aderenze: un vaso importante tagliato inavvertitamente o un’ansa intestinale forata ; é allora che si vede la differenza con un vero chirurgo: lui/lei sa cosa fare per riparare la complicazione, io no. Speriamo che la Provvidenza ci aiuti, le donne e me!
Intanto ho saputo che nell’Ospedale Protestante di Lubango , a 3 ore a nord-ovest da Chiulo, ci sono ben 3 ginecologi: troppi, si annoieranno! Quindi scriveró a quell’Ospedale chiedendo che 1 di loro, o a turno, vengano a darci una mano qui, come giá fecero nel 2012, quando a Chiulo ci fu un’altra crisi simile.
Intanto sono sempre in ansia e la notte non riesco piú a dormire in modo continuativo: ostetriche e infermiere possono chiamarmi col walkie-talkie in qualsiasi momento del giorno e della notte e, con il loro aiuto, dobbiamo inventarci qualcosa per salvare possibilmente tutt’e due, mamma e figlio. Speriamo che arrivino i rinforzi dei Protestanti, un po’ il nostro 7º Cavalleggeri. Sempre sperando che torni Giorgio, il nostro inossidabile 70enne, esperto in tutte le branche della chirurgia, incluse ortopedia e ostetricia-ginecologia.

Il consueto affollamento del Reparto Maternitá


Il momento piú difficile di un parto podalico: la testa tende a restare incastrata! 
E allora la grande esperienza (del dr. Giorgio) aiuta davvero.


Devo aggiungere che le due allieve ostetriche sono molto contente dell’esperienza di 3 settimane che stanno facendo qui: il Personale locale é gentile e accogliente con loro, stanno vedendo casi anche sconvolgenti che in Italia non esistono perché si risolve tutto con un parto cesareo e stanno vedendo anche dei piccoli errori qua e la; per fortuna non intervengono a correggere le nostre esperte ostetriche ma ci segnalano le cose che non sembrano ben fatte, ne discutiamo insieme e poi noi medici “stanziali” cercheremo di apportare le correzioni opportune: quando si entra in un contesto come il nostro bisogna farlo “in punta di piedi”, con delicatezza e rispetto, non irrompendo come un elefante in un negozio di vetri di Murano! E queste due giovani si stanno comportando proprio bene, peccato che vadano via cosí presto.
Un caro saluto a tutti.

Marco

venerdì 8 settembre 2017

Un periodo difficile (piú del solito)

Carissimi,
é da un po’ che non scrivo niente di nuovo e invece ce ne sarebbero di cose da raccontare! Niente di avventuroso, naturalmente, ma comunque interessante.
Da mesi il Governo, pur pagando regolarmente il personale qualificato dell’Ospedale (direttori, medici e infermieri, alcuni operai e autisti) non invia piú il suo contributo mensile né farmaci e altri prodotti sanitari monouso (siringhe, guanti ecc.).
Ma ora anche il contributo del Cuamm si é molto ridotto: il progetto sull’intera Provincia finanziato dall’UE (contro la denutrizione infantile) e quello sostenuto dal Fondo Sovrano dell’Angola (per la salute materna e infantile) si sono conclusi. Le due cooperanti che li seguivano sono giá tornate a casa. Il pediatra e la ginecologa, il cui costo veniva pagato dai due programmi, restano ma a carico dell’unico progetto rimasto (“Prima le Mamme e i Bambini: nutriamoli”, finanziato da un gruppo di Fondazioni Bancarie italiane; anche la mia presenza qui era e resta a carico di questo “progetto Fondazioni”) e delle donazioni di gruppi d’appoggio e privati al Cuamm. Quindi niente piú farmaci in quantitá adeguate né attrezzature in sostituzione di quelle che si rompono né aiuto all’Ospedale per comprare il combustibile per generatori elettrici e ambulanza ecc. ecc. Vengono sospesi anche i “mama kit” (un bacile, una barra di sapone, un asciugamano e delle mutandine porta-assorbente per il neonato, una pezza di tessuto per legarsi il piccolo sulla schiena) che finora venivano dati ad ogni neonato per incoraggiare i parti in Ospedale (e avevano funzionato, con i parti raddoppiati in 2 anni!) e le visite di supervisione alle 31 unitá periferiche governative e al Centro di Salute della Chiesa Luterana. Molto ridotti i contributi per dar da mangiare ai ricoverati in Pediatria e Tisiologia: la maggior parte dei ricoverati anche di questi due reparti gli alimenti dovranno portarseli da casa, come é da sempre per gli altri reparti.
Piccoli fondi della Conferenza Episcopale Italiana e della Cassa di Risparmio di Biella e Vercelli sono stati preziosi per mantenere l’attivitá della Casa de Espera (Casa di Attesa, dove le donne gravide che abitano a decine di Km dall’Ospedale vengono a vivere nelle ultime settimane prima del parto, senza intasare il Reparto Maternitá) con le sue due coordinatrici (una levatrice tradizionale e un’unfermiera disoccupata) e i costosi “kit alimentari” (un sacchetto con riso, farina di mais, fagioli, olio di semi ecc.) che vengono dati a ogni gravida all’ingresso nella Casa.
I due progetti conclusi erano molto importanti perché, oltre ad assicurare due medici all’ospedale (e due cooperanti al territorio), assicuravano l’arrivo di farmaci, reagenti di laboratorio, altri dispositivi sanitari di consumo, combustibile, nuovo equipaggiamento sanitario per pediatria, maternitá e sale operatorie.
E cosí per alcune settimane gli infermieri sono stati costretti a lavare e riusare i guanti non sterili di lattice, necessari per proteggersi dalle infezioni qunado si medicano o visitano i pazienti; i pazienti che devono fare iniezioni ricevevano in dotazione una singola siringa monouso, di plastica, che doveva poi essere usata nei giorni successivi, senza risterilizzarla né disinfettarla (tanto il paziente era sempre lo stesso, no?). Poi finalmente sono arrivati un po’ di farmaci e altri prodotti di consumo ordinati dal Cuamm in Olanda all’inizio di Apile e (ancor meno) inviati dal Governo, e questo ha alleviato le nostre difficoltá; ora con i soldi donatici da amici e parenti compreremo quel che ancora manca e per un paio di mesi dovremmo essere piú tranquilli, poi speriamo nella Provvidenza e nel fatto che il Cuamm ha presentato varie proposte di progetti a varie istituzioni e speriamo che almeno per alcuni di loro ci sia una risposta favorevole.
Finché da Governo e progetti Cuamm sono arrivati farmaci in quantitá adeguate, i farmaci venivano prescritti da infermieri o medici e poi i pazienti li andavano a ritirare nella Farmacia per Esterni dell’Ospedale senza aggravio del ticket pagato. Ora che i farmaci sono cosí pochi ovviamente non possono piú essere ritirati qui ma i pazienti devono andarseli a cercare nelle farmacie private che prosperano nei centri piccoli e grandi, pagandoli profumatamente. Questo succede da molto negli Ospedali Governativi “puri” ma qui a Chiulo finora eravamo riusciti ad evitarlo sia per i pazienti ambulatoriali che per quelli ricoverati. Nei centri governativi da anni il paziente viene visitato ma, prima di essere ricoverato, deve procurarsi tutto il necessario per le sue cure: cerotti, garze, siringhe e aghi, guanti sterili e non sterili, fili da sutura, catetere, medicinali vari, a seconda della propria malattia. Qui a Chiulo finora non si é arrivati cosí in basso ma é una lotta quotidiana e medici e infermieri segnalano continuamente le carenze man mano che si manifestano e si lamentano ma inutilmente: senza soldi che arrivino dal Governo o altra fonte non si puó procedere a nessun acquisto in quantitá adeguate, “ospedaliere”.
L’Ospedale ha un suo Consiglio di Amministrazione, presieduto dal Vescovo e di cui fa parte anche il Cuamm, che dovrebbe decidere quali sviluppi deve avere nei prossimi anni l’Ospedale e trovare le risorse necessarie per conseguire gli obiettivi decisi, e un Comitato di Gestione, formato dai Direttori dell’Ospedale (D. Generale, Amministrativo, del Personale e alcuni consulenti interni tra i quali sono anche io come rappresentante del Cuamm) che dovrebbe mettere in atto le attivitá necessarie per raggiungere quegli obiettivi usando risorse messe a disposizione dal CdA. Ma il Vescovo ha altre prioritá, avendo una Diocesi povera e dovendo aiutare i preti e le suore a sopravvivere, contemporaneamente riparando per quanto possibile Chiese, case parrocchiali,  conventi e scuole. Il Governo resta il partner piú importante dell’Ospedale, fornendo i salari al personale qualificato, ma a causa della crisi del prezzo del petrolio non riesce a fare di piú. Il Cuamm cerca piccoli fondi e presenta grossi progetti a Enti italiani e internazionali e deve attenderne le decisioni.
E cosí anche noi del Comitato di Gestione abbiamo cominciato a cercare risorse: la Direttora Generale ha telefonato al Vice-Ministro della Salute, che lavorava nella nostra Regione e col quale ci conoscevamo bene (proprio una brava persona, oltre che un bravo medico) per chiedergli di farci in qualche modo avere un chirurgo o un ginecologo, da affiancare a quello che il Cuamm continuerá a garantire. Sempre la Direttora ha chiesto al Vescovo si fare pressione sul Governatore regionale perché ci regali un nuovo grande generatore e/o un veicolo, per sostituire quelli attuali, vecchi e con frequenti avaríe che necessitano di lunghe e costose riparazioni.
Io ho chiesto un chirurgo o un ginecologo sia a una ONG olandese che negli anni ’90 aveva mandato qui 2 medici, sia a una ONG protestante americana che invia medici e chirurghi in vari sopedali protestanti nel Mondo (ma qui siamo cattolici! Mbé ma sempre “uomini di Buona Volontá”, no?). Ho anche scritto ai Pratesi della Florida per vedere se riescono a fare raccolte fondi a nostro favore.
Per ora tutte queste richieste, mie e della Direttora, sono rimaste senza risposta.
Infine 2 altri membri del Comitato di Gestione, i signori Gildo e Jorge, hanno presentato un progetto all’Ambasciata del Giappone per riaprire la nostra storica Scuola Infermiere. Questo aiuterebbe l’Ospedale perché le allieve, frequentando i reparti, darebbero un importante aiuto concreto allo scarso personale dell’Ospedale. Nei giorni scorsi un funzionario dell’Ambasciata é venuto a verificare che fine avessero fatto i fondi che ci avevano donato nel 2014 per costruire il Pronto Soccorso; é rimasto molto soddisfatto di vedere che il PS c’é, rispetta  il progetto concordato e funziona perfettamente; lui sta facendo il giro dei progetti finanziati dal Giappone e finora ha trovato realizzazioni che non funzionano o uso dei loro finanziamenti per cotruire tutt’altro rispetto al progetto concordato ... insomma era molto soddisfatto di Chiulo: “pacta sunt servanda”!  Gli abbiamo ricordato la proposta di riapertura della Scuola Infermiere ma in alternativa, se all’Ambasciata non piacesse una cosa del genere, gli abbiamo proposto di comprarci un nuovo generatore grande o un parco fotovoltaico, che darebbe energia all’Ospedale senza dover pagare il combustibile per il generatore.
Vedremo se qualcuno di questi tentativi avrá successo ma il nostro problema principale é la mancanza di farmaci e altri consumabili: la nostra Medicina, quella “occidentale”, che si studia nelle Universitá, si puó fare sotto un albero, possono pensarci gli infermieri con pochi medici a supporto, di notte si possono usare torce elettriche e lampade a petrolio ma senza farmaci e gli altri consumabili siamo paralizzati.
L’unico farmaco che puó essere prodotto qui é il sangue per le trasfusioni ma anche per quello ci sono rimaste solo poche sacche dove metterlo ... anche le sacche, che dovrebbero essere fornite dall’apposito programma ministeriale, non arrivano da mesi. E allora noi del Cuamm ci stiamo dando da fare per farcene regalare in Italia e farcene portare 10-20-50 alla volta dai vari medici, parenti e amici che vengono a trovarci. Contemporaneamente ne stiamo cercando a Luanda, la capitale dell’Angola, per evitare questa importazione informale, che sa un po’ di contrabbando, anche se a fin di bene.
Insomma, malgrado tutti i trucchi e gli escamotage che riusciamo a inventarci, qui, se non cambia sul serio qualcosa, siamo messi proprio male.
Ieri ho dovuto fare una visita di supervisione ad alcuni centri periferici dove abbiamo potuto costruire delle Case de Espera (case di attesa) per le donne gravide, iniziativa che ha avuto molto successo come ho avuto giá modo di scrivere: aggiungo qui sotto alcune foto della foratura di una gomma, imprevisto frequente e per fortuna che abbiamo un autista che pensa a tirarci fuori dai guai (con l’aiuto degli altri).
Cari saluti a tutti.

Marco

Fermi lungo la pista per una foratura con l'équipe della supervisione 


Le due ruote di scorta sono sul portabagagli del tetto. Oggi ne é servita una sola.


L'autista al lavoro, sotto lo sguardo interessato della Diretora Municipal della Formazione Continua



sabato 1 luglio 2017

visita al Lebbrosario di Oifidi



Padre Virginio, della Missione  Omupanda, vicino a Ondjiva, da anni segue il Lebbrosario di Oifidi e qualche tempo fa, approfittando di un periodo di studio a Roma, ha cntattato la ong AIFO, specializzata nell’assistenza ai lebbrosi, per chiederne il sostegno.
AIFO non ha progetti nei dintorni e quindi ha chiesto al CUAMM di effettuare un sopralluogo e il CUAMM ha girato a noi la richiesta.
Quindi abbiamo saputo che chi piú segue il Lebbrosario é Suor Dionisia, Superiora del Convento di Ondjiva delle Suore Benedettine di Oshikuku; con lei abbiamo concordato che ci accompagnasse nella visita e martedí 27 Giugno io e Laura Villosio, che a Chiulo si occupa dei 32 dispensari periferici, siamo andati al Lebbrosario.Durante la visita si é fermato brevemente a parlare con noi il Padre diocesano João de Deus Mandume, della Missione di Omupanda, casualmente presente sul posto.


S. Dionisia, P. Mandume e D.ra Laura
Il Lebbrosario di Oifidi si trova a circa 7 Km dalla cittá di Ondjiva, il capoluogo della Provincia del Kunene, in Angola. Per la pastorale, appartiene alla Parrocchia della Missione di Omupanda
  
I nuovi casi di lebbra sono ormai rari anche in Angola (a Chiulo ne arriva in media 1 al mese) ma restano molti vecchi lebbrosi, con gravi invaliditá dovute alla fase attiva della loro malattia: cecitá, amputazioni delle estremitá, continue ferite e ustioni delle aree di pelle rimaste insensibili. Il Lebbrosario segue 110 di questi ex-lebbrosi. Di questi, solo 3 vivono nel Lebbrosario p.d. mentre gli altri abitano con le loro famiglie, nelle immediate vicinanze del Centro. La Suora ritiene che sia opportuno mantenere i lebbrosi nelle loro famiglie, evitandone il piú possibile l’istituzionalizzazione ma nello stesso tempo favorendone la socializzazione facendogli frequentare il centro per usarne i servizi, cosí da evitare l’isolamento in famiglia.
Il Lebbrosario occupa un ampio terreno dove restano i ruderi delle originarie 3 abitazioni in muratura, negli anni scorsi sostituite dal Governo con 3 baracche metalliche, troppo calde di giorno e troppo fredde di notte.  All’interno delle baracche vivono i tre lebbrosi residenti, in condizioni igieniche pessime, sia a livello personale che come abiti, letti (materassi di gommapiuma stesi sul  terreno e vecchie coperte, il tutto incredibilmente sudicio) e ambiente interno alle loro stanze.


I vecchi alloggi in muratura, ormai ridotti a ruderi


I nuovi alloggi, in lamiere metalliche su basamento di cemento (che fa da pavimento alle camere). All’esterno stazionano i Lebbrosi residenti e i familiari che li vanno a visitare.

Il Lebbrosario consta anche di altri edifici in muratura: uno piú piccolo, che ospita una delle 4 classi elementari della scuola locale, l’altro, molto grande, in buona parte occupato da un ampio spazio coperto ma senza pareti, ex-refettorio del Lebbrosario e ora usato per distribuzione alimenti e Messe, mentre l’altra estremitá, in via di crollo, ospita il Centro di Salute: due camerette dove un’infermiera governativa tutti i giorni lavorativi arriva da Ondjiva, per curare e medicare i malati dell’intera zona, col pochissimo materiale che ha a disposizione.


Da sinistra: aula scolastica in lamiera, aula in muratura;
piú distanti due degli alloggi vecchi.


L’ex-refettorio. All’altra estremitá ha sede il Posto di Salute.





Il Posto di Salute – Esterno



L’interno del Posto di Salute, con l’Infermiera e i pochi farmaci a disposizione.

Infine in altre baracche metalliche sono ospitate le altre 3 classi elementari della scuola i cui Insegnanti, peró, quando possibile fanno lezione all’aperto, all’ombra degli alberi.


Una delle classi scolastiche in lamiera.



Si preferisce far lezione sotto gli alberi.

Il centro oltre ad ospitare i 3 lebbrosi, é frequentato dagli altri 107 lebbrosi che abitano con le loro famiglie nelle immediate vicinanze e dai parenti di tutti (figli, nipoti e bisnipoti), nonché dagli altri bambini della zona per seguire i primi anni degli studi elementari (dopo devono andare nelle scuole della vicina Ondjiva).
Il centro é privo di elettricitá e riceve l’acqua dalla vicina casa del P. Mandume (che peró abita nella Missione di Omupanda, a circa 15 Km di distanza), che la pompa da un pozzo profondo quando ha i soldi per comprare il combustibile per il piccolo generatore elettrico; in questo caso l’acqua arriva ad un rubinetto posto presso le baracche-abitazioni; quando questa acqua di pozzo non é disponibile per mancanza del combustibile, i parenti dei lebbrosi durante la stagione delle piogge devono andare ad attingerla in uno stagno distante poche centinaia di metri mentre nella stagione secca bisogna arrivare ad Ondjiva.


In fondo: casa di P. Mandume (che non vi abita);
in mezzo: l’orto col suo serbatoio per l’irrigazione.
Per l’alimentazione dei lebbrosi Suor Dionisia puó contare solo sul cibo donato spontaneamente dagli altri Parrocchiani, e da loro consegnato direttamente alle Suore o alla locale Caritas, che poi lo mette a disposizione della Suora; tali donazioni sono quindi irregolari per frequenza, tipologie di alimenti e loro quantitá. Nulla viene dato dal Governo. Le Suore Benedettine a loro volta sono troppo povere per fare di piú: la loro Comunitá é costituita da 17 Aspiranti e 6 Suore, di cui solo 3 lavorano (2 come insegnanti e 1 come infermiera nell’Ospedale governativo) e mantengono tutte e 23.
Abbiamo anche visitato alcune abitazioni dei dintorni: le piu povere sono costituite solo da capanne tradizionali, di fango secco con tetto di paglia, ogni capanna dedicata ad un diverso uso (dormire, cucinare, mangiare, ricevere ospiti) il tutto racchiuso in un recinto e circondato dai campi di miglio, sorgo, zucche e poco altro. Altre case, di persone che hanno un lavoro retribuito in cittá, oltre alle capanne suddette, possono permettersi anche un edificio in blocchi di cemento, con una o due stanze al loro interno.




Le case piú povere, costituite da gruppi di semplici capanne tradizionali con il recinto che le separa dalle altre famiglie. In primo piano i campi di sorgo, dopo il raccolto.



Le capanne tradizionali viste dall’interno del recinto.





La casa di una famiglia meno povera, con capanne tradizionali ma anche una costruzione in blocchi di cemento. In primo piano i campi di miglio e sorgo.


Nel terreno tra il Lebbrosario e la casa di P. Mandume é stato allestito un orto che peró avrebbe bisogno di irrigazione artificiale nei 6 mesi della stagione secca.


L’orto del Lebbrosario con il serbatoio per la sua irrigazione

Abbiamo quindi informato l’AIFO che i bisogni principali ci sembrano questi:
     1.  Un intervento edile una tantum per riparare il Posto di Salute e gli altri edifici in muratura recuperabili.
2.    Una piccola fornitura annuale di bidoni e bacili di plastica, guanti ad uso domestico, grembiuli, scope e altro materiale per le pulizie.
3.    Una piccola fornitura mensile di detersivi per la persona, il vestiario e i piatti.
4.    Un kit alimentare mensile per i 63 lebbrosi piú poveri, affinché non siano troppo di peso per le loro povere famiglie; per gli altri, secondo Suor Dionisia, sarebbe sufficiente un kit simbolico, per mantenerli in contatto col Lebbrosario e mantenerne la socializzazione.
5.    Un rifornimento mensile o trimestrale di farmaci e materiale di medicazione di base, da mettere a disposizione dell’Infermiera governativa per tutti gli abitanti della zona, lebbrosi e non.
6.    Un rifornimento mensile di combustibile per permettere a P. Mandume di pompare l’acqua verso il Lebbrosario, modesto nella stagione delle piogge, piú consistente nella stagione secca per irrigare l’orto.
7.    Una “vigilante” presente al mattino nei giorni feriali per effettuare le pulizie degli alloggi (e dei panni) dei 3 lebbrosi residenti, del Posto di Salute e dell’ex-refettorio.

A questi, abbiamo ritenuto doveroso da parte nostra aggiungere un ulteriore punto, non espresso dalla dignitosissima Suor Dionisia:
8. 8.  Un modestissimo contributo annuale alle Suore Benedettine di Oshakuku, per assicurazione, manutenzione e parte del combustibile del loro malandato veicolo fuoristrada.

   

    


     Suor Dionisia alla fine ci ha invitati nel suo Convento, costruito grazie all'associazione "Chiesa che soffre" (!): ci ha fatto visitare il piccolo edificio, ci ha offerto acqua e succhi di frutta e quando le abbiamo chiesto cosa poteva essere utile alla Comunitá di cui é la Superiora, ci ha chiesto .... una macchina per fare le Ostie piú grande di quella che ha (che fa una grande ostia al centro e 10 normali tutte intorno) .... benedetta Benedettina! ma se hai 23 persone da sfamare, vestire e mandare a scuola!
     


      






Speriamo che AIFO riesca ad aiutare il lebbrosario. Il Cuamm non puó farlo perché é giá oberato dal peso dell’Ospedale di Chiulo, ormai in agonia per mancanza di farmaci e altri prodotti di consumo: in Sala Parto da settimane le ostetriche lavano e riusano i guanti non sterili per assistere le partorienti; gli altri reparti cercano di farne a meno. La lista di ció che manca sarebbe lunghissima e siamo giá abbastanza depressi noi, non c’é bisogno di contagiare anche voi che leggete il blog.
Cari saluti a tutti.
Marco




giovedì 8 giugno 2017

Far felice Felismina Maria

In questi giorni ci sono stati consegnati i nuovi locali per il Servizio che si occupa delle persone con HIV e AIDS, il CATV (Centro de Aconselhamento e Testagem Voluntario, cioè Centro per il Counselling e l’esecuzione dei Test Volontari per l’HIV-AIDS).
Finora il CATV era ospitato in un container fornito nel 2008 dall’Unicef, già completamete attrezzato. Ormai segue oltre 500 pazienti e i locali in cui è suddiviso, due ambulatori, 1 laboratorio e un gabinetto, erano sempre stati troppo piccoli. Ultimamente peró il pavimento di legno, marcendo, in più punti ha ceduto e, malgrado le assi e i compensati appoggiati qua e là come toppe, la 50enne capo-sala Felismina Maria, l’infermiera Basilia e il laboratorista Altino, che ne costituiscono lo staff, rischiavano continuamente di sprofondare; si temeva anche la possibile comparsa di qualche pericolosa vipera e altri sgraditi ospiti.

 Il container del vecchio CATV

 L'interno del vecchio CATV col pavimento marcito

 Visto anche che Felismina è davvero in gamba e che fa il suo lavoro con grande impegno e dedizione, al di là del semplice dovere di lavoro, abbiamo voluto riconoscere il valore di questa minuscola unità mettendogli a disposizione dei nuovi locali. Il Cuamm ha trovato, tra le pieghe dei bilanci dei vari progetti in corso, i soldi necessari (un po’ troppi, visti i costi dei materiali in Angola e che comunque non potevano essere usati per farmaci o altre spese più urgenti), l’Ospedale ha individuato l’impresa che avrebbe realizzato i lavori e i locali inutilizzati che potevano essere ristrutturati e voilà, dopo un paio di settimane, venerdì scorso Felismina, accompagnata dai membri della Direzione dell’Ospedale e dall’imprenditore che ha eseguito i lavori, ha potuto visitare i locali dove dovrà trasferire tutti i suoi arredi e attrezzature.

Anch’io, come rappresentante del Cuamm e facente parte della Direzione, ho partecipato a questa visita: da un punto di vista “europeo” la nuova sistemazione ha molte pecche, visto anche quanto è venuta a costare, ma Felismina aveva un sorriso radioso: 4 locali ampi, luminosi, con illuminazione e prese elettriche; anche i due condizionatori installati nel container Unicef sono già stati montati in altrettanti locali della nuova sede, locali che comunque sono tra loro ampiamente comunicanti perché sotto il tetto inclinato di lamiere ondulate non c’è un controsoffitto; le pareti divisorie interne sono di semplice cartongesso sottile e le aperture che permettono di passare da un locale all’altro sono prive di porte (sarebbero costate troppo e comunque l’intelaiatura portante del cartongesso non le avrebbe rette) e verranno chiuse da tende; ho suggerito che, per la privacy, venga installata anche una radio che trasmetta in continuazione musiche angolane come sottofondo sonoro, così che le conversazioni con i vari pazienti non possano essere udite dagli altri in attesa o presenti negli altri locali. In futuro bisognerebbe intonacare le pareti esterne e potrà essere aggiunta una tettoia esterna che faccia da sala d’attesa accessoria ma soldi non ce ne sono piú.

.Il nuovo CATV









Nuovo CATV  - Felismina Maria e una sua paziente con figlio in uno dei 2 locali per i colloqui e la consegna dei farmaci



Insomma si poteva fare meglio ma evidentemente qui non se ne rendono conto e comunque, dall’espressione di Felismina, è già mooolto meglio di prima. Basta accontentarsi.
Cari saluti a tutti.

Marco

domenica 14 maggio 2017

Due settimane normali

Carissimi,
queste prime due settimane di maggio sono trascorse più tranquille, cioè con i soliti problemi.
Molto del mio tempo lo passo a raccogliere statistiche sull’attività svolta in ospedale (alle attività del territorio fortunatamente ci pensano Laura e Barbara, rispettivamente per la salute materno-infantile e la denutrizione dei bambini). I dati da raccogliere in parte sono quelli raccolti routinariamente dall’infermiera Jacinta, che mi sembra molto attenta e accurata ma che si trova spesso di fronte a registri dove le attività sono riportate in modo incompleto o con scrittura o abbreviazioni incomprensibili. Altri dati invece li dobbiamo raccogliere io e gli altri cooperanti del Cuamm perchè richiesti dai progetti che dobbiamo realizzare per assicurare all’ospedale medici, farmaci e altri prodotti necessari; l’impressione, però, è che col tempo e con l’avvicendarsi dei progetti, i dati da raccogliere si siano man mano aggiunti (anzichè sostituirsi) e ora se ne devono raccogliere centinaia senza un chiaro motivo: un po’ come quel soldato che negli anni ’90 faceva la guardia ad una panchina e quando finalmente qualcuno si chiese perchè, investigando sulla questione, scoprì che era così dal 1912 quando per una visita di Re Vitt. Emanuele III venne messo un soldato perchè la panchina di allora era stata appena dipinta e non si voleva che qualcuno degli ospiti vi si sedesse (non so se l’episodio sia vero ma comunque è verosimile).
Altra attività che mi prende molto tempo sono le riunioni: tutte le mattine, alle 8 e per 30-60 minuti, con la Direzione, i medici e i capo-sala per l’aggiornamento su cosa è successo in ospedale nelle 24 ore precedenti; nelle due settimane passate la Direttora ha stabilito che le riunioni, invece che nell’apposita sala dell’edificio della Direzione, si tenessero a rotazione nei vari reparti e servizi, per approfondire a turno i problemi di ogni settore; il lunedì mattina c’è poi la riunione del Comitato di gestione (Direzione e medici angolani)  per decidere su come affrontare i problemi dell’ospedale. Il giovedì mattina riunione col team economico-finanziario (con Direttora, Direttore amministrativo, e i due contabili dell’ospedale) per stabilire cosa fare dei quattro soldi disponibili; p. es. giovedì scorso erano disponibili 2.700 € sui conti in banca, più 1.250 € incassati dai pazienti la settimana precedente e altri 2.750 € dati dal Cuamm come contributo mensile per un totale di 6.700 €;si è quindi stabilito di usare 1.000 € per comprare il combustibile per auto e generatori, 1.900 € per pagare gli stipendi di gennaio a 1 medico e 7 altri dipendenti (gli altri aspetteranno ancora) e via via altre spese minori (neanche un farmaco), lasciando però in cassa 3.150 € per eventuali imprevisti ... ecco questa è la lacrimevole situazione finanziaria di un ospedale da 200 letti!
Infine la riunione del venerdì alle 16 tra noi del Cuamm: ci scambiamo informazioni sulle attività della settimana che viene, in particolare chi va dove, per eventuali spese da fare approfittando di viaggi nei capoluoghi di provincia e regione. E poi segnalazioni di farmaci che non ci sono più o stanno finendo o stanno arrivando; di farmaci, reagenti di laboratorio e altri prodotti prioritari da comprare, magari in piccole quantità ... e allora Paolo, il nostro amministratore, ci aggiorna su cosa hanno in cassa i vari Progetti in corso e, eventualmente, si fa una colletta tra noi per raccogliere qualche centinaio di € per gli acquisti più urgenti, spesso usando quei soldi che ad alcuni di noi sono stati affidati da parenti, amici e colleghi prima di partire dall’Italia.
La scorsa settimana una riunione particolarmente difficile, a momenti tesa, con tutti i medici “ospedalieri” nel nostro gazebo-riunioni: si discuteva, per l’ennesima volta, della difficile situazione delle nostre tre pediatre e del troppo lavoro che devono fare. Dalla discussione sono però venuti suggerimenti dai tre colleghi angolani e dalla ginecologa lombarda (e da me) su come organizzarsi meglio ma la pediatra titolare, spagnola, non accetta di affidare agli infermieri buona parte dell’attività che in Europa fanno i medici e quindi si dovrà attendere l’imminente arrivo del pediatra italiano che la sostituirà per tornare a un’organizzazione più africana, più adatta a questo contesto: ci si deve adattare alla situazione e non cercare di adattarla alle nostre precedenti esperienze ... ma non tutti ci riescono. Intanto lei e le due specializzande in pediatria che l’affiancano continueranno a sfiancarsi di lavoro, notte e giorno, a volte dalle 5 a ben oltre la mezzanotte; mi dispiace per le specializzande non solo perchè così lavorano troppo ma perchè avrebbero potuto sperimentare una diversa organizzazione del lavoro e avrebbero potuto dedicarsi piuttosto al miglioramento di quei settori (centro denutriti innanzitutto, ma anche l’ambulatorio per esterni) che pare lavorino piuttosto male.
Infine ci sono le visite ufficiali di varie delegazioni: è venuto il Vice-Governatore con un corteo di 10 fuoristrada per promettere che varie costruzioni, iniziate negli anni scorsi e mai finite per esaurimento dei fondi, verranno completate prima di agosto, quando ci saranno le elezioni presidenziali. Due giorni dopo è venuto l’impresario cinese che dovrà completare questi lavori. Poi è venuto un funzionario del Fondo Sovrano dell’Angola, un govane e simpatico  ingegnere elettro-meccanico di Luanda, che doveva rendersi conto di un progetto da loro finanziato, molto importante per l’ospedale e che sta terminando, per il quale chiediamo un ri-finanziamento per tre anni; il poveretto non era mai stato quaggiù nè in un posto povero e desolato come il Cunene, quindi è rimasto molto colpito dalla situazione e dagli sforzi che stiamo compiendo in campo sanitario a favore di madri e bambini: i progetti che vengono presentati al Fondo sono però numerosi e chissà se il nostro, senza particolari appoggi politici, sarà adeguatamente apprezzato.
E poi ci sono tanti piccoli colloqui: il caposala dellle vaccinazioni chiede un foglio di calcolo per fare le statistiche mensili e chiede di ripristinare la presenza di un’ostetrica che visiti le gravide quando loro vanno a fare le vaccinazioni sul territorio (servizio interrotto da quando i parti in ospedale sono raddoppiati senza che sia aumentato il personale della Maternità; e ho scoperto che in Maternità c’è una sola ostetrica diplomata: le altre sono infermiere o neanche infermiere che hanno appreso in reparto i rudimenti dell’ostetricia!); il capo del settore statistica, che sta ancora usando i fogli di calcolo che avevo fatto nel 2011, chiede di riunire i fogli di calcolo di 3 mesi in modo che vengano automaticamente calcolate le statistiche trimestrali; il personale della Farmacia per esterni e del Deposito farmaci non hanno neanche idea di cosa possa essere il “consumo mensile medio”, così come i caposala non sanno stimare quanti farmaci richiedere per coprire i 3-4 giorni successivi, potendo fare le richieste al Deposito solo due volte per settimana. Insomma una marea di piccoli problemi.
Quindi un lavoro non avventuroso, alla Indiana Jones, ma che anzi potrebbe essere noioso se non ricordassi sempre a me stesso che sto cercando le teste giuste, le persone con la mentalità giusta, per appoggiarle e formarle in modo che possano prendersi carico a lungo di questi settori e attività che non sono direttamente in favore dei pazienti ma che sono necessarie per assicurare a medici e infermieri l’essenziale per lavorare decentemente con i malati.
Solo due foto per mostrare il gazebo dove ci riuniamo noi del Cuamm il venerdì pomeriggio: nella panoramica dietro al django, un po' a sinistra, c’è la mia casa e più a sinistra la casetta e le altalene per i bambini di casa e i loro amici locali. Nell’altra foto si vedono Laura (piemontese, progetto Materno-Infantile nella provincia di Ombadja) e Barbara (friulana, progetto Denutrizione nelle Provincie di Ombadja e Cahama più il Centro Speciale Denutriti della capitale regionele), che spesso vengono a trovarmi per mettermi al corrente delle loro attività e condividere idee.
Cari saluti a tutti.

Marco